lunedì 20 febbraio 2012

[costa-spatola] Le nostre posizioni

Una raccolta di versi che si offre al lettore come interpretazione di un manuale erotico secondo la legge della perdita di peso della parola, o una serie di calembours costruiti freddamente sul vuoto? E' questo il dubbio di chi affronta il catalogo di gesti pseudoieratici che sembra essere  Le nostre posizioni , un libro che vuol essere leggibile per equivalenze impossibili, mobilità-immobilità, loquacità-silenzio, ecc. Direi che la seconda impressione è quella esatta,   Le nostre posizioni  non interpreta né spiega né racconta, è invece un progetto assurdo e fine a se stesso di linguaggio spogliato di senso, depauperato fino allo scheletro, alla rete di relé che ne costituisce l'immagine cardiografica. Evidentemente Corrado Costa ha trasferito un’essenzialità didascalica di tradizione orientale nell’ impasto poco malleabile della nostra lingua, un’operazione rischiosa, pericolante verso una schematicità ortodossa, bloccata. Ma appunto il gioco riesce con grande tensione e lucidità per un rovesciamento totale e tagliente delle regole della precettistica, l’ortodossia e » prima », come materiale bruto da manipolare e reinventare in nome delle equivalenze impossibili, e la tabula rasa si rifiuta al suo ruolo di cavia per farsi obiettivo e risultato. 


Dunque Le nostre posizioni andrebbe letto non come interpretazione di un manuale erotico ma come trattatello di retorica, scadendo qui i valori postulati all’inizio del discorso (e del libro) a nomenclatura utilitaria, vantaggiosa forse proprio per la sua semplicità sconcertante. E' vero che i titoli delle poesie richiamano apertamente le fantasiose e complicate alchimie fisiche dell’ ars amandi dell’ Estremo Oriente favoloso e scomparso, ma è anche vero che questo rimando culturale si vanifica in una quotidianità familiare, sulla quale soltanto si applica il gusto tutt’altro che perverso dell’assoluto. Così Corrado Costa si serve di una versificazione elementare per asciugare il testo e pulirlo da ogni incrostazione di realtà, ed elimina l’analogia mediante la ripetizione analogica e ossessiva di una dichiarazione di sfiducia nel suo potere di verità, o di consolazione. Naturalmente è da queste premesse che il gusto dell’assoluto si può sviluppare senza scivolare in scontate mitologie para-ermetiche, e divenendone anzi una critica più esplicita che implicita, più scritta a chiare lettere sulla pagina che solo pensata come analisi di un ostacolo da aggirare. Viene voglia di affermare che con    Le nostre posizioni  si tenta anche, sia pure in prima approssimazione, una lettura non apodittica di certe scorie lasciate dalla combustione novissima, con intenzioni di ricostruzione o almeno di rifusiome. 


Possibilità da non scartare in una situazione ancora una volta di crisi e di ripensamento, che l’attenzione quasi esclusiva di Corrado Costa per la pura tecnica della composizione riesce a mettere a fuoco. E d’altra parte oltre l’apparente atonalità il calembour si svolge spesso sotto il segno impellente di certe considerazioni di stampo surrealista sugli spostamemi di contesto, qui tuttavia agiti dall’estero e a priori come motori di una gnoseologia non degli oggetti e della loro apparenza ma di uno stato permanente di fluttuazione. Una metafisica negativa, insomma, proiettata sull’intreccio frammemtario e » povero » di una logica incapace di uscire da se stessa. Un lavoro di concentrazione riduttiva posteriore all’indicaziome di Giuliani, e sommabile (con risultati volutamente erronei) a una scelta di lessico imperniata su » microfurori e alteraziomi » .

Corrado Costa:   Le nostre posizioni Geiger, Torino 1972. 
[¤] Adriano Spatola


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